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Ho commesso un errore gigantesco nel momento in cui sono entrato a far parte del Club Italia come analista.
Lo dico senza giri di parole: un errore che, con il senno di poi, mi ha rallentato enormemente nella crescita come allenatore.
Sono sempre stato una persona molto curiosa, e sono sicuro che questa curiosità è quella che poi mi ha portato ad entrare nello staff delle nazionali giovanili del Club Italia.
Ed è proprio grazie a questa curiosità che nel periodo di lockdown, dovuto al COVID, partecipai al corso per Match Analyst di Coverciano.
Presi la licenza nel 2021, con un 101/110 all’esame, con finale al cardiopalma (che prima o poi ti racconterò).

Nell’ottobre 2022 fui ingaggiato per collaborare con lo staff della Nazionale Under 16 maschile.
Come ero prima della Nazionale?
La stagione 2022/2023, quella di ingresso nel Club Italia, era la mia settima da allenatore.
Avevo già assaggiato la maggior parte delle categorie, dai Primi Calci fino alla Prima Squadra.
L’annata precedente in U17 si era conclusa benissimo, calcio spettacolo e tanti ragazzi che ora, 4 anni dopo, militano tra Serie D, Eccellenza e Promozione, due addirittura allenano già.
Non male per una piccola realtà umbra (che purtroppo non esiste più).

Posso dirti che prima di quella stagione 2022/2023 ero molto focalizzato sui risultati.
La vittoria o la sconfitta determinavano il mio umore e il mio approccio con i ragazzi.
Li guidavo stile “joystick”, perché avevo paura di perdere il controllo della situazione.
Ero anche troppo presente con la voce e lasciavo poco spazio alla loro creatività e alle loro scelte.
Prima non studiavo per imparare ma studiavo per battere gli altri.
Non leggevo le formazioni sul giornale per curiosità ma le leggevo per crearmi il database dei giocatori delle altre squadre e conoscerli uno per uno, nome e cognome.
Insomma, l’obiettivo era sempre e solo uno, stracciare gli altri.

È stata però questa curiosità, compulsiva e mal indirizzata, a spingermi a prendere il patentino da analista, ed è stata questa voglia di “risultato” che mi ha portato poi in Nazionale.
Almeno, questo è quello che mi racconto.
A dire la verità però, la mia versione pre-Nazionale non mi piace un granché, guardandola e sentendola adesso.
Conservo ancora i video delle partite, ricordi stupendi, prestazioni devastanti, ma quel Luca voglio lasciarlo lì dove sta, perché non è proprio l’allenatore giusto per il settore giovanile; le prime squadre poi sono un argomento a parte.
E poi prima non ti potevi neanche avvicinare.
Pensavo di sapere tutto, era impossibile fare un ragionamento con me senza che io volessi far prevaricare a tutti i costi la mia idea sulla tua.
Ero insopportabile.
Cosa è cambiato dopo?
In Nazionale, nonostante la brevità dell’esperienza, ho vissuto un mondo e degli ambienti che hanno cambiato fortemente la mia visione del calcio, in particolare di quello giovanile, e il mio modo di essere anche fuori dal contesto calcistico e sportivo.
Sono stato costretto a mettermi in gioco. Sono stato costretto ad adattarmi a nuovi ambienti, nuove regole di comportamento, nuove dinamiche di gruppo e di staff.
Insomma, mi sono ritrovato con le mie certezze rase al suolo.
In quel momento ho capito che, in realtà, c’era ancora tantissimo da sapere, da imparare e da vivere.
Tutto questo mi ha profondamente cambiato.
Immediatamente nel fare.
Dopo qualche mese, nell’essere.
Nel fare, mi sono trovato da una stagione all’altra a proporre in campo princìpi e concetti totalmente diversi, mettendo in pratica idee di gioco, metodi di allenamento e stili comunicativi talmente lontani da quelli che utilizzavo prima che sembrava quasi fossi una persona totalmente diversa, e sentivo di esserlo.
Nelle due stagioni successive mi sono reso conto che qualche dirigente mi guardava con occhi “impauriti”, come fossi un alieno, perché portavo nei dilettanti una metodologia e uno stile molto rari nel nostro ambiente.

Dal lato dell’essere ho imparato ad avere un rapporto più sano con il risultato. Il mio umore adesso dipende dal miglioramento che percepisco nella squadra, piuttosto che dal mero risultato sportivo.
Ora, anche grazie ad una maggiore esperienza elaborata, vivo con calma e razionalità la partita, mi diverto di più, e riesco a notare molte sfumature che prima non riuscivo a cogliere, sia in partita che in allenamento.
Questo mi permette di leggere meglio le situazioni e favorisce una presa di decisione più consapevole e ponderata.
Inoltre, è migliorato il rapporto che ho con i ragazzi.
Riesco a capire il loro stato d’animo in anticipo rispetto al passato, come conseguenza della maggiore calma e razionalità. Entrambe mi permettono di non dover rivolgere l’attenzione prima verso me stesso, ma sono in grado di anteporre i sentimenti dei ragazzi ai miei.
In questo modo, capire e parlare “la lingua dei giovani” diventa più semplice e ciò mi permette di essere d’aiuto con maggiore efficacia.
Se dovessi farti un riassunto, ti direi che adesso sono molto più soddisfatto di me stesso e del modo in cui sento di essere allenatore rispetto a prima, a prescindere dai risultati raggiunti.
L’errore che sto ancora pagando
Se hai letto attentamente avrai già capito in quale trappola sono caduto.
Durante la mia permanenza in Nazionale ho continuato ad allenare nella mia città natale.
Ma l’ho fatto in maniera differente.
Siccome potevo “vantarmi” di far parte del Club Italia, il me 25enne decise che non avrebbe più dovuto imparare nulla e che tutto gli era dovuto.
Per un anno e mezzo non mi sono aggiornato, se non nelle riunioni con il Club Italia.
Non ho studiato, non ho aperto un libro e ho completamente mollato dal punto di vista dell’attenzione ai dettagli nei “miei” dilettanti.
Non perché lo avessi fatto di proposito, ma perché il doverlo fare per l’Italia mi svuotava mentalmente, arrivavo quasi a provare un senso di repulsione solo a pensarci.
Dopo questo anno e mezzo mi ci è voluto del tempo per tornare ad aggiornarmi veramente, per riprendere l’abitudine a farlo, soprattutto.
Ho ripreso i libri in mano solamente nel dicembre 2024, perché una cosa l’ho capita:
Se non ti aggiorni costantemente te ne pentirai, prima o poi.
Il mio errore è stato quello di credere che, in fondo, nei dilettanti, non servisse prestare attenzione ai dettagli.
Ed è per questo motivo che ora mi ritrovo indietro rispetto ai miei colleghi del territorio. Proprio perché ho smesso di studiare il mio contesto primario.
Pensavo non servisse imparare ogni giorno sempre qualcosa in più.
Pensavo che mi sarebbero bastati quei 5 giorni al mese in raduno per poter migliorare.
E invece non è così.
Bisogna avere la curiosità di voler imparare ogni singolo giorno.
Nel periodo della Nazionale persi quella curiosità.
Grazie al Club Italia ho imparato tantissimo dal punto di vista tecnico-tattico ma l’errore più grande è stato quello di ignorare completamente di curare la parte più importante del ruolo dell’allenatore, quella dell’essere.
E la colpa è solo la mia.
Se potessi tornare indietro, quale è quell’errore che non rifaresti?
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