Indice
Introduzione
Da martedì sera si sente parlare del caso Kinsky-Tudor, ormai diventato famoso, non serve neanche specificare la situazione.
Ho combattuto molto con me stesso se approfondire o meno, non sono uno a cui piace seguire le mode, tantomeno fare chiacchiere da bar.
Quindi questo articolo non sarà una chiacchiera da bar, anzi, voglio concentrarmi su un aspetto che è stato toccato anche dai media ma che, secondo me, non è stato approfondito con la giusta importanza.
Voglio quindi proporti una prospettiva diversa che mi è venuta in mente guardando questo video:
Lo so, è sgranato e non è il massimo della qualità, però voglio chiederti:
Tu cosa hai visto?
(Scrivilo nei commenti)
Ti dico cosa ho visto io:
Ho visto il mister che neanche rivolge lo sguardo al suo portiere, non si avvicina, non si fa vedere vicino alla sofferenza del ragazzo.
Ho visto totale mancanza di empatia.
Ho visto veicolare un messaggio pericoloso.
Oggi, da allenatore, voglio andare ad analizzare gli aspetti principali di questa situazione.
Iniziamo.
Il contesto
Una scelta, una partita, un debutto.
Siamo agli ottavi di finale di Champions League, partita di andata fuori casa.
Il primo portiere è di caratura internazionale ma nelle ultime due partite in campionato ha lasciato un po’ a desiderare.
Tudor decide quindi di schierare il secondo portiere, all’esordio quest’anno, evidentemente perché lo reputa in grado di affrontare le sfide della partita.
La scelta
Quando ci credi, te ne assumi il rischio.
Far giocare il secondo portiere è una scelta, come ogni scelta implica un rischio, ma reputi il giocatore pronto e te ne assumi la responsabilità.
Io stesso, nelle mie oltre 200 panchine, ho scelto di far giocare il mio secondo portiere più di qualche volta e la scelta ovviamente è stata presa conscio dell’idea che il portiere sarebbe stato pronto per giocare.
Ovviamente non stiamo parlando di Champions ma di campionati giovanili.
4 anni fa, con la mia squadra di Under 17, decisi di far giocare dall’inizio il mio secondo portiere.
Non andò bene.
Ci fu qualche errore di troppo e poi, verso la fine del primo tempo, il ragazzo mi chiese il cambio dopo un contatto duro in uscita.
Non posso sapere cosa provasse in quel momento, ma decisi di accogliere la sua richiesta ed effettuai la sostituzione.
Avevo percepito in lui la volontà di togliersi da una situazione che giudicava troppo complicata.
Quindi sì, mi è capitato di togliere il mio portiere nel primo tempo.
Però no, non mi sono comportato come Tudor al momento della sostituzione.
Sono andato a consolarlo, perché avevo visto nella sua espressione molta sofferenza.
E si, perdevamo 3-1.
Riconoscere gli errori
Cambiare le cose è sano. Cambiare le persone è diverso.
Tudor ha preso una scelta, che si è rivelata sbagliata.
Cambiare, di norma, è sano.
Questo però vale per le cose inanimate. Quando si ha a che fare con la gestione di esseri umani, la cosa non è più così scontata.
Un conto è capire di aver sbagliato strada e quindi tornare indietro prima possibile.
Un conto è sostituire un portiere sul 3-0, quando ormai la frittata è fatta.
Io credo che sia importante riconoscere le proprie scelte e le proprie responsabilità.
Nel caso specifico: sono io, Tudor, che scelgo di farti giocare e sono io che scelgo di sostituirti, sicuramente non l’ha chiesto il giocatore, come si vede chiaramente dalla reazione nel video.
Alla luce di ciò, credo che un po’ di empatia nei confronti del ragazzo non sarebbe stata un brutto segnale anche nei confronti della squadra.
Se mostri empatia, la gestione della squadra diventa più semplice, trasmetti fiducia.
La coerenza nella scelta
Se ci credi, portala in fondo.
La scelta implica rischio, ma anche coerenza.
Se ti fidi, 16 minuti non bastano per distruggere tutta la fiducia che riponi in una persona.
Se ti fidi e ci credi ti porti il rischio della scelta fino alla fine.
Perché ogni scelta è un rischio e sapere come affrontarla è importante.
Sopra ho scritto “la frittata è fatta” e non a caso.
Dopo il 3-0 potresti pensare: “ormai andiamo fino in fondo così”. La domanda da porsi è una sola:
Può andare peggio di così?

Se la risposta è no, non ha senso utilizzare uno slot di sostituzione per cambiare una cosa che si aggiusta da sola.
E non ha senso cambiare con la certezza di affossare l’autostima di un ragazzo di 23 anni.
“Volevo proteggerlo”
Le intenzioni non comunicano, gli atteggiamenti sì.
Questo è quello che ha detto Tudor in conferenza stampa per giustificare la sostituzione.
Io ci credo, e l’intenzione è nobile.
Ma non è l’intenzione il problema.
Il problema è che non posso proteggere qualcuno in conferenza stampa, 2 ore dopo.
Se voglio proteggerti lo faccio lì, sul momento.
Uno sguardo. Una mano sulla spalla. Un passo verso di lui.

Tudor ha mantenuto lo sguardo fermo di fronte a sé, nonostante il portiere gli passasse praticamente davanti e, appena Kinsky esce dal campo, incita la squadra battendo le mani.
La sostituzione è sembrata più un “proteggere la squadra” più che “proteggere il giocatore”.
Ma il messaggio che è arrivato alla squadra è stato quello di un allenatore che non protegge i suoi giocatori.
Le intenzioni, per quanto buone e pure possano essere, comunicano zero.
Sono gli atteggiamenti a fare la differenza.
Il messaggio alla squadra
Cosa ha percepito lo spogliatoio.
Fin qui abbiamo parlato di Kinsky.
Ma c’è una domanda più grande che nessuno sta facendo:
Cosa ha visto il resto dello spogliatoio?
Perché quello che è successo in quei trenta secondi non ha parlato solo a Kinsky.
Ha parlato a tutti.
E il messaggio, non quello voluto, ma quello percepito, è stato chiarissimo.
“Se sbagli in un momento importante, esci.
E quando esci, sei solo.“
Simon Sinek in Leaders Eat Last descrive con precisione cosa succede in un gruppo quando le persone non si sentono al sicuro.
Smettono di rischiare.
Smettono di fidarsi.
Iniziano a giocare per non sbagliare invece di giocare per vincere.
Perché il loro cervello ha registrato che qui, quando le cose vanno storto, nessuno ti copre, nessuno ti protegge.
Un giocatore che ha paura di sbagliare non tenta il dribbling difficile.
Non prova il passaggio filtrante.
Non si espone.
Fa la scelta sicura, quella che non lo mette a rischio.
E una squadra di giocatori che fanno la scelta sicura è una squadra che non vince le partite difficili, perché le partite difficili richiedono esattamente il contrario.
Tudor ha costruito, in quei trenta secondi, un ambiente in cui sbagliare espone.
Un ambiente in cui la fiducia è condizionale.
Uno spogliatoio in cui il rischio non è condiviso tra allenatore e giocatore ma è portato dal giocatore da solo.
I compagni di Kinsky lo hanno capito immediatamente. Palhinha, Gallagher e Spence sono andati da lui.
Hanno colmato un vuoto che non avrebbero dovuto colmare.
E questo è il dato più significativo di tutta la vicenda: quando la guida non si fa vedere, il gruppo si autogestisce.
A volte funziona. Ma non è sostenibile, e non è leadership.
Un allenatore che vuole il massimo dai suoi giocatori deve costruire l’ambiente in cui dare il massimo è possibile. Quell’ambiente si chiama fiducia.
E la fiducia non si costruisce con le parole in conferenza stampa.
Si costruisce, o si distrugge, in momenti esatti come quello.
Cosa ci portiamo in campo?
Attento ai messaggi che non pianifichi.
Ovviamente non possiamo entrare nella testa di Tudor ma, probabilmente, non ha pensato a nessuna di queste cose in quei trenta secondi.
Stava gestendo una partita, stava cercando di limitare i danni.
Ed è esattamente questo il punto.
I messaggi più potenti che mandiamo ai nostri giocatori non sono quelli che pianifichiamo. Sono quelli che escono nei momenti in cui non stiamo pensando a nulla.
E tu, cosa comunichi quando non stai pensando a comunicare?
Se questa domanda ti è rimasta in testa, probabilmente sei il tipo di allenatore che stiamo cercando.
Essere e Allenare è lo spazio per chi vuole lavorare su queste cose, non dopo che è successo, ma prima.
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